martedì 11 gennaio 2011

Uno spettacolo sovrumano


Nella vita succedono delle cose apparentemente inspiegabili nella loro perfetta armonia. Spesso si rimane meravigliati di fronte alla constatazione di come moltissimi eventi si incastrino quasi magicamente e che da un seme gettato anche inavvertitamente possano nascere infiorescenze imprevedibili e straordinariamente complete.
È successo così che proprio l'Himalaya, il luogo più stupefacente che avessi mai visto fino ad allora, abbia voluto regalarmi la scintilla per ammirare uno degli spettacoli più affascinanti e commoventi della natura che, ironia della sorte, si trovava proprio a due passi (circa 2000 km, i "due passi svedesi") da casa.

Ci è voluto insomma il Bhutan, e più precisamente un ragazzo italiano incontrato là, per spingermi a interessarmi al fenomeno dell'aurora boreale, visibile (non sempre) nelle zone al di là del Circolo Polare Artico nelle notti invernali. Affascinato dalle sue descrizioni, che mi hanno riportato alla mente quel poco che sapevo della cosa e che attribuivo più che altro a leggende mitiche dei popoli del nord (famosi per la loro fantasia, d'altronde con quel freddo dovevano pur fare qualcosa), ho sentito che la cosa giusta da fare era incamminarmi.
Io e Ilana abbiamo seguito quindi la voce dell'Himalaya, che ci ha regalato delle visioni capaci di superare la sua stessa bellezza.


Il 7 gennaio 2011 io, Ilana, Claudio e Cecilia ci siamo trovati così di fronte a uno spettacolo che toglieva il fiato, la cui narrazione supera le umane capacità. Se infatti è già difficile contemplare la bellezza, descriverla diventa quasi impossibile. Ma io, che amo le sfide, ci proverò lo stesso.

Arrivare a vedere l'aurora boreale è stata quasi un'esperienza mistica. Un cammino in salita a bordo di una seggiovia, nella notte polare, circondati dal silenzio e da una volta celeste sconfinata, il cui limite era dettato solo da un orizzonte che il buio rendeva impercettibile. Una coltre di neve azzurrognola, che traeva la poca luce dalla distesa di stelle, faceva da soffice pavimento al nostro scorrere senza rumore, segnato solo dal lieve sibilo della funivia. Il freddo intenso e l'orizzonte nero e sfavillante di stelle completamente aperto davanti ci davano una forte illusione di sospensione nello spazio. Scivolavamo via tra realtà e sogno, mentre al di là del monte che lentamente si avvicinava, alcuni bagliori si facevano sempre più forti e alti, come se qualcuno stesse contornando di luce la vetta della montagna. Rapiti dalla visione eravamo arrivati al campo base, ma senza il tempo per guardare le altre persone. Bastava percorrere qualche metro nella neve ghiacciata per far sì che un silenzio siderale ci avvolgesse e tutto ciò che ci circondava diventasse inutile al cospetto del cielo dove l'aurora stava già dando prova della sua magnificenza.


Dapprima lingue di luce uscivano da dietro la montagna, poi improvvisamente e con una rapidità fulminea la volta celeste, buia ma non nera come si poteva presupporre in un posto in cui il sole tramontava all'ora di pranzo, era solcata da una scia luminosa che si divideva e quindi danzava, prima raggomitolandosi a ricciolo e quindi lasciando uscire bagliori verdi e rosati. Poi d'improvviso il buio e di nuovo solo le stelle.
Come in una danza la luce tornava da dietro la montagna per dividersi ancora in varie code che striavano l'orizzonte. Ora un fiume luminoso scorreva nel cielo e si rincorreva, si univa e poi dava vita a nuove fonti di luce, che si agitavano e spostavano, seguendo dei flussi cosmici privi di regole e direzione.


Lo spettacolo sarà durato per circa due ore. Le luci più intense andavano avanti per qualche minuto e poi lasciavano il passo al buio, come se le pennellate di luce, stanche per uno sforzo creativo eccessivo, avessero bisogno di riposo.
Questo "riposo", la prima sera, venne da noi interpretato più come un sonno definitivo e così prendemmo la seggiovia per tornare al campo base verso le 23. Il freddo era intenso, sicuramente sotto ai -20°c, ma non ci facevamo caso perché quello che rapiva la nostra attenzione era una lunghissima lingua di luce verde molto intensa che ci accompagnava durante la discesa facendosi sempre più forte. Appena messo il piede per terra trovammo giusto il tempo di girarci per osservare una delle più magnifiche esplosioni di aurora boreale che potessimo immaginare. Due lingue si incontrarono generando una pioggia di luce multicolore, che prendeva buona parte del cielo e dalla quale si dipartivano lingue di ogni forma e composizione che avevano il potere di non spegnere la luminosità delle stelle, ma se possibile di aumentarla. Poi subitaneamente, di nuovo il buio. La calma, la danza di luce era finita. Non avevamo avuto tempo nemmeno di provare a fotografarla, rapiti com'eravamo da tanta bellezza. E forse era giusto così.

La sera successiva tornammo all'osservatorio e assistemmo ad altri fenomeni di aurora boreale bellissimi, ora verticali, ora orizzontali, sempre luminosi e quasi fluorescenti. Cascate e impennate di luce, vortici di bagliori che non dimenticheremo mai. Le foto che abbiamo scattato (con esposizioni clamorose) non rendono giustizia alla bellezza estasiante del fenomeno e quindi le inserisco solo perché possono dare una vaga idea di quello a cui abbiamo assistito.

L'aurora boreale è un qualcosa di unico nei fenomeni naturali. Guardare le cascate dell'Iguazù dopo essere stati a quelle delle Marmore è certamente "breathtaking", così come osservare l'Everest dopo una gita al Terminillo. Ma si tratta di miglioramenti di "quantità": sono monti "più" grossi, cascate "più" alte. L'aurora è diversa, è unica e non è assimilabile a nient'altro di conosciuto (forse solo all'arcobaleno, che però riveste molto meno fascino per la sua maggiore frequenza e diffusione).

Come dicevo all'inizio, succedono delle cose strabilianti per armonia e perfezione e la natura ci regala un fenomeno unico e stupefacente, a patto che siamo disposti a vestirci un po' di più per poterlo apprezzare... :)

lunedì 6 settembre 2010

Dalle stelle alle stalle...


Sabato è stato uno di quei classici giorni divisi in due. Una prima parte culturale, con visita alla cittadina di Kristianstad, un caffè nell'elegantissimo centro e soprattutto la partecipazione alla famosa fiera del libro della regione. Peccato solo che in Svezia, com'era facilmente arguibile, i libri siano in svedese e quindi la cosa abbia rivestito per noi un interesse del tutto marginale.




Però - e questo era il reale motivo del nostro viaggio - nel pomeriggio parlava al pubblico l'autore preferito di Ilana, un britannico di nome Jasper Fforde, che si è rivelato essere un ottimo oratore e un divertente intrattenitore. Finito l'incontro - e appena Ilana è riuscita a strappare un autografo al simpatico albionico - siamo ripartiti alla volta di Lund, convinti di aver terminato là il nostro piacevole pomeriggio.


E invece...


Sulla strada del ritorno non abbiamo potuto far meno di notare il caravanserraglio dell'astruso "Pulling tractor festival" e ovviamente non siamo riusciti a resistere a dare un'occhiata.
Improvvisamente ci siamo trovati in una fiera di chiaro stampo americano, tra il rumore assordante dei motori dei trattori che si scaldavano per la gara e gli odori di ciambelle fritte.
In un enorme spazio aperto era stato allestito questo gigantesco festival, con campeggio "spontaneo" annesso, che trovava il suo clou nella gara dei "pulling tractor".





In sostanza, enormi trattori modificati, lucidati e cromati come fossero appena usciti da Pimp my ride, si davano battaglia nel trainare enormi pesi su un percorso rettilineo sterrato.



Probabilmente quel prato non era più Svezia. Sospetto fosse un'enclave dell'Arizona in terra svedese, dato che tutti i paradigmi del popolo scandinavo erano ribaltati. Non c'era più silenzio, non c'era più rispetto per la natura, non c'era più moderazione, il lagom era stato momentaneamente cestinato. Banditi i cibi macrobiotici e salutisti, bandito il problema dell'inquinamento. Basta gente magra con camicette avvitate e largo a panzoni in jeans e bretelle. La parola d'ordine, in quella zona franca, era "esagerare". E quindi ecco che improvvisamente emergeva la pacchianeria dell'altro svedese (quello che noi ancora non conoscevamo): il boscaiolo. Un uomo che nella sua vita fatta di solitudine, silenzio e camicie di flanella, trovava piacere nelle fiere più rustiche e rumorose, nei cibi più unti e grassi, nei divertimenti più basilari e rurali. E quindi il circus dei Pulling tractor, assolutamente imperdibile con le sue bancarelle di oggetti kitsch-motoristici e le sue luci da luna park improvvisato, era pensato apposta per lui.





Pur nella totale esagerazione della cosa, talmente enorme da sembrare anche fuori luogo, è stato divertente per un giorno guardare l'altra Svezia. Quella che di certo nelle piccole città universitarie e nelle metropoli non si mostra. Una Svezia molto genuina e rustica che, paradossalmente, assomiglia tanto all'America della frontiera.

giovedì 8 luglio 2010

"Godetevi" l'estate!


In Svezia, si sa, l'estate dura molto poco, perciò è opportuno godersela appieno e a tutti i livelli.
In estate le ragazze svedesi rinascono, sbocciano dai loro pastrani invernali per ritrovarsi inguainate in minuscoli costumini o pantaloncini, pronte a sfruttare ogni raggio di sole e, ovviamente, ogni occhiata maschile. Queste occhiate autoctone però evidentemente non sono abbastanza penetranti, e il successo che riscuotevano i maschi latini negli anni '70 la dice lunga su questo fatto.
Quindi, ora che il mito del macho mediterraneo abbronzato è anche un po' svanito (ma sarà vero?), come se la spassano le ragazzotte svedesi nella loro breve ma intensa e torrida estate?


Semplice, vanno in farmacia!
Due cartelli sulla vetrina avvertono infatti, in modo molto chiaro, che lì si possono trovare tutti gli ingredienti per "l'avventura dell'estate" (e quindi creme solari, abbronzanti eccetera) e anche per "l'avventura dell'amore", simboleggiata in modo raffinato da unguenti eccitanti, vibratori di ogni dimensione e gusto e stimolatori vari. Ovviamente tutti corredati dai soliti divertentissimi nomi quali "Get to the point vibrator", "Trust in lust", "Geisha balls".
Un "fai da te" del sesso svedese completo in ogni minima declinazione, messo bello in mostra sulla piazza centrale della città...


E al prossimo che mi chiede "ma le ragazze svedesi ci stanno?", non risponderò più diplomaticamente "dipende dalle ragazze, e poi io non lo so perché sono impegnato", ma gli consiglierò di organizzare un bel picnic in farmacia.

domenica 9 maggio 2010

Malimortacci del lagom!

Gli svedesi hanno una parola ben precisa per indicare il loro rapporto col mondo, e questa parola è "lagom". Astenendomi dal fare paragoni con quelli che potrebbero essere i sostantivi portanti di altri popoli per non incorrere in varie ire superflue, mi limito a dire che a confronto di uno svedese in "preda" al lagom un bonzo tibetano è una specie di black block cui hanno appena ammollato il passamontagna nella varechina.
Questo vocabolo, che non ha traduzione precisa in NESSUNA lingua conosciuta (chissà perché), significa infatti letteralmente "giusto". O anche "cotto a puntino". E già la pedanteria della parola "puntino" rivela tutto il senso intrinseco di questo nefasto atteggiamento. Per gli svedesi il lagom è dunque una sorta di way of life, potremmo definirlo il "comportamento conveniente", che consiste sempre in un distacco quasi assoluto dalle cose del mondo, dalle sue necessità, dai suoi piccoli problemi, troppo meschini per essere realmente affrontati. Qui nello Skåne, infatti, uno sguardo con occhio da cernia dice più di mille imprecazioni livornesi.
Il lagom permea la vita degli svedesi, ad eccezione ovviamente del venerdì e sabato sera, i giorni del "facciamo come cazzo ci pare", frase - questa - tutta italiana che credo non abbia precisa traduzione in NESSUNA altra lingua.

Ora, si potrebbe pensare che sia piacevole vivere in un ambiente sociale in cui regnano la calma e la tranquillità, in cui i problemi vengono trascesi, in cui la forma annulla la sostanza dell'emozione (non posso credere che gli svedesi non provino mai rabbia o frustrazione) e in cui sostanzialmente una discussione sul mondo ideale leibniziano al Rotary Club parrebbe chiassoso quasi quanto un incontro clandestino di galli nel Paraguay meridionale, ma vi assicuro che così non è.
O almeno, lo è fintanto che il sangue non comincia a bollire per dei problemi oggettivi.
Tutti sanno che noi italiani siamo abbastanza fumantini, ognuno a modo suo, e quello che in particolare fa impazzire me in modo intollerabile è l'ostacolo, la lentezza superflua, la coda alla posta. Ecco, per uno che non sopporta queste cose, la Svezia è un Paese che propone delle sfide fenomenali e raramente possibili da vincere.


Faccio un paio di esempi pratici. Se tu sei un cassiere di un cinema e i film stanno per cominciare tra 3 minuti, di solito ti sbrighi nell'espletamento delle tue basilari funzioni, quali prendere i soldi -> dare i popcorn e il biglietto. Ma no! Il cassiere svedese è affetto dal lagom e quindi non può far altro che svolgere queste operazioni elementari con la sua tipica lentezza devastante. Vi giuro che l'ho visto coi miei occhi sistemare tutti i pezzi da 10 corone nello stesso verso, chiaro segno di un disturbo ossessivo-complusivo, il cui unico effetto è stato farmi perdere l'inzio del film.

Altro esempio: ufficio degli immigrati. Ecco, qui si raggiunge l'apice perché gli impiegati oltre a essere naturalmente soporiferi nella loro lentezza sono anche anziani, il che aggiunge sempre quel "non so che" di vago a tutte le operazioni. Solo per premere il pulsante del cliente successivo si prendono circa un quarto d'ora. Ovviamente in questi luoghi si consuma poi l'orrendo crimine del "riempimento dei moduli al bancone", cosa per me insopportabile. Per fortuna gli uffici sono poco frequentati e solitamente bene organizzati, quindi le operazioni si possono svolgere comunque con una certa speditezza. Diciamo il quintuplo del tempo romano nelle stesse condizioni (che però a Roma non esistono e quindi parte sempre almeno una giornata).

Altro esempio che riguarda il comportamento esteriore, ma stavolta in assenza di relazione: ero sul treno per Copenhagen e la stragrande maggioranza delle persone che si trovava lì con me stava andando all'aeroporto, immagino per prendere un aereo. Ebbene, il treno era in ritardo di 20 minuti e oltre a questo continuava a fermarsi continuamente e apparentemente senza motivo lungo il tragitto, facendoci rischiare un clamoroso ritardo.
Ora, ovviamente, sappiamo tutti che protestare in queste condizioni è perfettamente inutile, anzi è da cretini. Insomma è da esseri umani. Ma mentre io davo (umanamente) in escandescenze, cercando di inveire contro il controllore, i miei bollori venivano raffreddati dai personaggi accanto a me, immobili e gelidi come pupazzi di neve. Solo, un po' meno espressivi.

Gli svedesi insomma non protestano mai. La manifestazione del primo maggio pareva una parata fascista per la disciplina e il ritmo che teneva. Sono sempre tranquilli, e tutti sanno che quando uno si incazza la cosa peggiore che gli può capitare è avere di fronte uno perfettamente tranquillo. Se venite in Svezia, mettetelo in conto e cercate di ammalarvi di lagom anche voi.

Oggi mi stavo recando a Malmö, ormai rassegnato a questo nuovo stile di vita senza sussulti, quando, tagliando incolpevolmente una corsia a seguito di una errata segnalazione del navigatore, le mie orecchie odono l'ormai antico suono di un clacson feroce e prolungato. Guardando avidamente nello specchietto – speranzoso di aver trovato qualcuno con cui poter far valere la mia italianità – scorgo una macchinetta rossa rigorosamente non metalizzata e appena sopra il volante vedo chiaramente spuntare un cappello a coppola. Lo sguardo corre al passeggero. Una donna con la permanente e la borsetta in grembo, la bocca sottile in una smorfia all'ingiù, sottolineata dalle ampie rughe che le solcano il volto.
Il primo pensiero è "DUE ANZIANI!". Il ricordo corre a Roma, immediato e terso. Alle 127 beige che mi costringevano ad accostare e attendere 4 minuti prima di ripartire.
Penso, diviso fra la rabbia per il clacson e la gratitudine per la protesta "ecco chi supera le barricate culturali, ecco la speranza di un modo unito, sono loro, sono i vecchi, fatti con lo stampino e sparsi per il mondo a renderci tutti uguali e, soprattutto, immuni dal lagom! Grazie!".

mercoledì 17 marzo 2010

La via del cristallo


Oltre all'IKEA, lo Småland, regione della Svezia sud-orientale (ammesso che esistano un "orientale" e "occidentale" in un Paese oblungo), ha regalato al mondo anche altre industrie, ovviamente non enormi, ma comunque di un certo interesse e discretamente rinomate.
In questa zona, infatti – soprattutto nelle tre cittadine di Kosta, Boda e Orrefors – si producono degli ottimi cristalli e le vetrerie locali sono un'attrazione turistica e un orgoglio per ogni buon cittadino svedese.

Arrivando in una qualsiasi delle tre località, è impossibile non notare i giganteschi cartelli che invitano a fermarsi per acquistare prodotti in vetro oppure semplicemente per dare un'occhiata agli opifici. Tornando dall'isoletta di Öland, io e Ilana abbiamo quindi fatto sosta in uno di questi ridenti villaggetti. Ognuno di essi ospita più di una fabbrica.

Siamo entrati in un negozio, chiedendo di poter vedere il luogo di lavoro. Una donna algida, senza proferire verbo, ci ha quindi portati in un retrobottega male illuminato in cui vari individui decoravano dei bicchieri in un silenzio tombale e in un ambiente tutt'altro che turistico o salutare.
Intuendo da qualche indizio di aver sbagliato destinazione, siamo usciti alla chetichella dal negozio, sotto lo sguardo fermo e severo della donna, che evidentemente pensava fossimo degli operai che stavano sfuggendo al giusto orario di lavoro. Ma, da buona svedese, non disse nulla.

A quel punto, facemmo rotta verso una fabbrica più grande, trovando finalmente quel che cercavamo. L'"officina", anche se pare brutto definirla così, si presentava come un grosso capannone open space – sommariamente diviso per settori grazie alla collocazione degli imponenti forni e torni – che era visitabile grazie ad una passerella con balaustra che girava in alto tutto intorno al fabbricato.
Abbiamo così potuto seguire in ogni sua prospettiva la lavorazione di piatti, bicchieri, piattoni da centrotavola, brocche e tutto ciò che si può fare con il vetro.



Come vedete dalle foto, il lavoro si divide fra grande manualità artistica artigianale e tecnologia avanzata. Nella prima foto, in basso a sinistra, un uomo sta sagomando un grumo di vetro incandescente, mentre in quella di mezzo quei due individui stanno plasmando un bottiglione. Nella terza foto, i quattro soggetti sono alle prese con la lavorazione di un piatto da centrotavola nero, realizzato facendo girare vorticosamente un ammasso di vetro sciolto in quel macchinario al centro. Bisogna dire che non è decisamente un lavoro stressante, se sommate che oltre a loro c'era anche un altro operaio, al momento assente perché stava svolgendo il suo compito, cioè portare al forno ogni piatto che veniva prodotto lì.

Sarà che sono rimasto incantato dalla visita fatta a Murano quando avevo 7 anni, ma devo ammettere che la soffiatura e la modellazione del vetro esercitano ancora oggi su di me un fascino incredibile.


Tra l'altro potete comprare e rompere tutto ciò che volete, perché se guardate nella prima foto c'è la garanzia di 2 anni sul vetro! :D

P.S. Nello Småland è nato anche Linneo, nel caso vi interessasse...

martedì 2 marzo 2010

Non cogito ergo Cocito

In questo post parlavo dell'abitudine svedese di alternare la sauna ai bagni nell'acqua ghiacciata.
Bene, mai avrei pensato che qualcuno a me vicino si sarebbe avventurato in cotanta impresa, e invece... Ilana domenica scorsa non ha trovato di meglio da fare che vivere un'esperienza da vera vichinga. C'è poco da dire in questi casi... le foto parlano da sole.
Ilana e la sua amica hanno scelto una sauna con "salto nel mare" vicino a Malmö.

Il panorama è quello che è... la città fa capoccella dietro un mare ghiacciato.


Il molo porta dritto in mezzo al Cocito. Come non costruire una sauna in fondo? L'aspetto carino e caratteristico del legno, simbolo universale di focolare e accoglienza, è solo uno specchietto per le allodole che cela l'atroce realtà...



Ditemi chi non rimarrebbe scoraggiato da queste visioni...



Il cartello sopra è molto esplicito. Oggi non fa per niente freddo. la temperatura dell'aria, quella dell'acqua. Nel caso non ci crediate, guardate la foto seguente:


Ovviamente dentro la sauna era vietato fotografare, quindi, con un balzo di 80°, si salta direttamente al dopo, e all'inquietante camminatoia..


In fondo c'è una scaletta che consente un'agile discesa in mare... (nel mare aperto, perciò non gelato...)


...ma potendo scegliere, perché non optare per una invitante pozza ghiacciata?


E soprattutto, perché?


venerdì 26 febbraio 2010

Evolversi nel ghiaccio

Una volta, quand'ero piccolo, pensavo che i popoli che si erano evoluti di più (vedi gli occidentali) fossero geneticamente più dotati degli altri. Oggi come oggi ho in parte cambiato idea, alla luce di alcune letture e di alcune considerazioni che mi hanno aperto gli occhi. Certo, rimango della stessa opinione per quanto riguarda popoli come gli esquimesi. Voglio dire, se nasci nel ghiaccio, che ci rimani a fare? Cosa ti adatti? Vattene, cerca un posto migliore, tanto peggio di così cosa può accaderti? Finire come spettatore in una puntata di "OK il prezzo è giusto" a urlare "Cento Cento?"... be' forse sì, ma lì te le vai a cercare e quindi vuol dire che la natura t'ha messo oltre al ghiaccio intorno pure la sabbia in testa, perciò...

Però per altri popoli ci sono spiegazioni più sottili. Ad esempio i messicani. Se uno legge un libro di storia, ti dicono "arrivarono gli europei e li massacrarono tutti (bella civiltà) perché gli europei avevano la ruota e altre conoscenze che a quelli mancavano". Uno immediatamente penserebbe "ammazza che imbecilli sti messicani, manco una ruota so riusciti a inventà e quando gliel'hanno fatta vedere so stati capaci solo di farci la tesa del sombrero". Poi però ho approfondito la cosa e ho capito che quelli non avevano la ruota perché non gli serviva, dato che là mancavano gli animali adatti al traino.
Ecco, ancora una volta le condizioni ambientali erano determinanti per l'evoluzione di un popolo. Evoluzione che poi noi giudichiamo sulla base della strada che abbiamo preso, evitando di considerare tutte le altre direzioni possibili ma scartate lungo il corso della storia, per questo o quest'altro motivo (leggasi desiderio indomito di sopraffazione). Insomma ci vuole culo. E chi giudica dev'essere sempre ben disposto e tollerante, perché alla fine tutti qua stiamo (esquimesi esclusi, loro stanno "là").

Quindi, non voletemene se non giudico imbecilli dei ragazzi svedesi alticci che con -15° non trovano nulla di meglio da fare la sera che scavare delle tane in mezzo ai mucchi di neve che trovano per strada... evidentemente è un fattore propedeutico a qualche forma di evoluzione...

martedì 23 febbraio 2010

Un'attesa ripagata

L'avevo visto in una vetrina appena ero arrivato.
Ero tornato per comprarlo e - come sovente accade - non c'era più.

Ma questa volta la sua assenza aveva un'aggravante: probabilmente non sarebbe mai più tornato. "Ci sono problemi col distributore", si vociferava; "Non ce ne mandano più per dispetto", qualcuno malignava.

Io però non avevo perso le speranze, nemmeno di fronte al fatto che tutto sembrava remare contro. Seppure un muro di omertà e indifferenza si era frapposto fra me e quel meraviglioso personaggio che ormai agognavo, ogni volta che passavo davanti a quel negozio, entravo, mi toglievo il berretto di lana e i guanti e, sfoggiando il mio più cordiale sorriso, domandavo ansiosamente al commesso: "È tornato?". La risposta era sempre negativa, come da copione.

Così, l'altro ieri, trovandomi a passare di là, mi sono infilato nel negozio di getto e - saltando i soliti superflui convenevoli con l'inservienza - ho immediatamente gettato un avido occhio allo scaffale. Incredibile.

Lui era lì. Era l'ultimo e sono sicuro che aspettasse me, si capiva dallo sguardo.

L'ho abbrancato in modo voluttuoso e l'ho guardato con una sorta di serafica commozione: finalmente quel pollo arrosto di peluche era mio!

mercoledì 17 febbraio 2010

Antropologia da scaffale [3]

Sapendo quanto possano mancare alla cultura contemporanea i miei report dai supermercati, torno al mio antico amore per il servizio giornalistico-gastronomico e vi presento altre straordinarie prelibatezze dalle terre del nord, stavolta concentrandomi soprattutto sulla sezione "dolciumi", che sempre tante gioie riserva agli avventori.

Dunque, per iniziare vi propongo delle gommose, prodotto per il quale qui vanno pazzi. Ma loro sono talmente fissati con il benessere, che persino le Regine della Schifezza si possono trovare in versione "ecologica". Sicuramente non sapranno di niente... si sa che la gommosa senza il colorante è come la carbonara senza il pecorino.
Cercate di ignorare il Turkish peber sullo sfondo...


Dopo le gommose, passiamo a dei biscotti che risulteranno familiari a voi IKEAmaniaci, perché si trovano anche in Italia, nella versione al lampone. Qui, invece, fra i vari gusti, potrete assaporarli alla liquirizia!


Se invece avete caldo, cosa meglio di un gelato? Vi consiglio senza meno a tal proposito l'esotico gusto cactus e limone. Una delizia per il palato, dall'avvolgente esplosione di sapore...
Immagino lo slogan: "Non accontentarti dell'aspro. Mangia pungente!".


E alla fine del pasto, cosa c'è di più appropriato di queste barrette lunghe e marroni dall'onomatopeico nome Plopp?... che disgusto...


E infine, per mandare via i sapori degli ignobili alimenti che avete ingurgitato, ecco la soluzione: Kriptoniter! Eccezionali caramelline racchiuse in un pacchetto che esclama a gran voce "Acide e salate". Come non farsi venire l'acquolina in bocca...